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Approfondimenti culturali

14

Mag

2011

VALLICOLTURA VENETA: SAPIENZA MILLENARIA DELLE NOSTRE GENTI

Per Giampaolo Rallo

VALLICOLTURA VENETA: SAPIENZA MILLENARIA DELLE NOSTRE GENTI NELLA GESTIONE DELL'AMBIENTE CONOSCERE I VALORI NATURALISTICI DELLE VALLI DA PESCA

Giampaolo Rallo

Museo del Territorio della Laguna di Venezia – Ecomuseo Onlus

Premessa
Il tratto costiero compreso tra Monfalcone a nord e Ravenna a sud è caratterizzato per la presenza del più esteso, omogeneo e complesso sistema di zone umide e vallive d’Italia, sicuramente tra i più importanti d’Europa e dell’intero Bacino Mediterraneo; esteso per oltre 150.000 ha, è ripartito tra le regioni Friuli-Venezia Giulia, Veneto ed Emilia-Romagna, e comprende:

  •  Regione Friuli-Venezia Giulia - zone umide tra Monfalcone-foce del fiume Isonzo e la foce del fiume Tagliamento, con la Laguna di Grado e Marano Lagunare, e le valli Cavanata, Del Moro, Artalina, Cavarer, Panera, Ravaiarina, Isola Morgo, Noghere e Popezzo;
  •  Regione del Veneto – zone umide e vallive tra la foce del Tagliamento ed il Po di Goro:

   a. Laguna di Caorle o “Caprulana”, dalla foce del Tagliamento alla Livenza e le valli Vallesina di Bibione, Grande di Bibione, Nova, Grande Caccia/San Gaertano (ex Franchetti), Perera e Zignago;    b. Laguna di Venezia (superiore, media ed inferiore), con le valli Dogàdo o Dogà, Gràssabò, Dragojesolo, Orcoli, Cavallino, Fosse, Paleazza, Liona, Sparesera/Olivara, Bianca/Capanno/Lio Maggiore, Sacchetta, Perini, Serraglia, Averto, Cornio Basso, Cornio Alto, Contarina, Zappa, Figheri, Pierimpiè, Ghebbo Storto, Morosina e Millecampi;     c. Delta del Po veneto, dall’Adige al Po di Goro, con le valli Boccavecchia, Passarella, Canelle, Morosina, Spolverina, Segò, Capitania, Vallesina (Albarella), Veniera, Sagreda, Pozzatini, Cannocchione, Sacchetta, Bagliona, Moraro, Cà Pasta, Cà Pisani;

  • Emilia-Romagna – Delta del Po ferrarese, tra il Po di Goro e la foce del fiume Bevano (e con l’insieme delle Valli di Comacchio e le zone umide e vallive residue a sud del fiume Reno): Valli di Comacchio, con Canneviè, Porticino, Bertuzzi, Zavelea, Molino, Capre e Fattibello/Spavola, Fossa di Porto/Cona/Ussarola/Campo/Lido Magnavacca, San Clemente Primaro/Orsi Mangelli e Mandriole (o della Canna).

Tra queste, la zona umida per eccellenza è e rimane la Laguna di Venezia, città da cui prende il nome ed alla quale si deve la sua conservazione ed attuale conformazione. Venezia, infatti, è tra i pochissimi centri storici in Europa che conservino nelle loro immediate vicinanze gli ambienti ed i paesaggi più o meno simili a quelli che esistevano quando furono fondati e che sono desumibili da raffigurazioni pittoriche o da stampe d’epoca. Gli esempi sono riconducibili a poco meno di una decina di situazioni, fra cui in Francia Mont S. Michel (Bretagna) ed Aigues Mortes (Camargue), con buona parte dalle originarie situazioni di “marismas” e di lagune, ed in Spagna Cadice (Andalusia) con il suo contorno di “humedales” e saline.

L’ambiente lagunare
Le aree umide in genere rivestono, come tutti sappiamo, un ruolo importante per la conservazione degli uccelli a loro legate. Le capacità di spostamento permettono a queste il superamento delle barriere e di alcuni dei problemi legati alla trasformazione delle aree naturali terrestri. Inoltre le dimensioni e le caratteristiche delle aree umide spesso consentono interventi di tutela degli ambienti in qualche modo facilitati e più efficienti rispetto alle aree terrestri. Come noto, però, sin da epoca antica l’uomo ha combattuto una vera e propria battaglia per le bonifiche di queste zone, sia sulla fascia costiera sia nell’entroterra. Alcuni esempi famosi sono le Paludi Pontine, il Fucino o le bonifiche insulari sarde e siciliane. Questo ha portato ad un 2 progressivo ed inesorabile impoverimento del numero e dell’estensione di queste aree, di cui l’Italia era ricca. A questo hanno fatto seguito una serie consistente di estinzioni locali. E’ sufficiente una disamina superficiale dei cartellini presenti negli esemplari costituenti la collezione ornitologica del conte Ettore Arrigoni Degli Oddi per averne una percezione di quali e quante specie un tempo popolavano come nidificanti zone dove ora sono affatto note. A livello locale anche altre raccolte storiche (Giacomo Bisacco Palazzi, Emilio Ninni, Luigi Tolotti, ecc) ci forniscono preziosi indizi che offrono un quadro ambientale del tutto inedito.

Esaminando con più dettaglio la più grande laguna mediterranea e tracciando un transetto ideale che va dal mare alla terraferma, all’interno di ognuno degli insiemi ambientali di zone umide trattati, possiamo individuare quattro ben delimitati complessi ecosistemici che possiamo così definire e rappresentare:
· Litorali: sono dati verso il mare dal primo ambiente emerso che si incontra, cioè la battigia, caratterizzata dai fenomeni di marea che accumulano notevoli quantità di organismi e materiali spiaggiati; alla battigia segue una fascia sabbioso-limosa con i primi insediamenti vegetali che assolvono ad una importante opera di colonizzazione e consolidamento dell’arenile. Si tratta di specie “pioniere” a ciclo biologico annuale che formano l’associazione denominata Cakiletum; a questa succedono l’Agropiretum, in cui la vegetazione si infittisce, ed il Cakiletum, che rappresentano il conseguente preludio dell’ Ammophiletum cioè dell’associazione primariamente responsabile del consolidamento delle dune sabbiose mobili e della fase senile di ulteriore consolidamento a stagni retrodunali interni e zone igro-xerofile arboreo-arbustive.
· Tratti lagunari sommersi profondi, denominati genericamente col termine di “laguna viva”: sono quelle parti di laguna in cui il fondale rimane sempre coperto d'acqua, anche durante le normali basse maree di sizigia e con profondità mediamente oltre il metro (NARDO, 1864; RALLO, 1984). I popolamenti biologici presenti sono essenzialmente di tipo marino, del tutto peculiari e differenziati da zona a zona ed in quanto ad adattamenti per eurialinità ed euritermia; questi si caratterizzano con popolamenti basali e sottobasali notevolmente ricchi di specie, appartenenti soprattutto ad anellidi (Owenia fusiformis, Nephtys hombergi, Glycera tridactyla, ecc.), mollluschi (Sphaeronassa mutabilis, Nassarius sp.pl, Cerithium vulgatum, Solen marginatus, Loripes lacteus, Chamelea gallina, Tapes sp.pl., ecc.) (PIGNATTI, 1966) e crostacei (Upogebia pusilla e Pilumnus hirtellus), legati particolarmente alle biocenosi a fanerogame marine (Zostera noltii, Zostera marina e Cymodocea nodosa). Nell’ambito della Laguna di Venezia la “Laguna viva” è sottoposta a precise norme di tutela e gestione (REGIONE DEL VENETO, 1999).
· Tratti lagunari caratterizzati dall’influenza regolare della marea sizigiale e denominati rispettivamente “velma” e “barena”. Questi identificano, rispettivamente:
> con il termine “velma” i fondali lagunari che rimangono regolarmente emersi durante le normali fasi di bassa marea di sizigia, che sono di fondamentale importanza nell’ambito delle lagune per il peculiare popolamento basale e sottobasale e per le caratteristiche cenosi ad essi collegate. A seconda del gradiente di salinità e dell’influenza tidale, si possono riscontrare praterie interne a Zostera noltii o Ruppia spiralis. La componente animale si caratterizza per presenza di specie localizzate e peculiari, appartenenti soprattutto a molluschi (come Auriculinella bidentata, Ovatella myosotis, Truncatella cubcylindrica e Hydrobia sp.pl.) e crostacei (Carnicus aestuarii ed Upogebia pusilla) (VATOVA, 1940; id., 1949).
> con il termine “barena” si identificano i terreni emersi lagunari che sono regolarmente invasi e ricoperti giornalmente dall’acqua di mare a causa delle normali maree lunari: qui, in particolare, la vegetazione risulta più o meno omogenea, con adattameti e variazioni legate al gradiente di salinità ed alla diversa altimetria dei suoli colonizzati. Sotto gli aspetti floristico-vegetazionali spicca la presenza delle specie appartenenti alla 3 serie alofila, con Spartina stricta/maritima, che concorre al consolidamento ed innalzamento delle barene, ed è seguita nell’evoluzione vegetazionale dai salicornieti a Salicornia veneta (che presenta spesso popolamenti monofitici a Salicornietum venetum), Salicornia herbacea, Arthrocnemum fructicosum, Limonium venetum/serotinum, Salsola soda, Juncus sp.pl., Puccinellia palustris, ecc. (PIGNATTI, 1966).
· Valli da pesca. Identificano morfologicamente alcune porzioni di territorio litoraneo-lagunare trasformati storicamente dall’uomo per l’allevamento del pesce, e che saranno oggetto di approfondimento ulteriore. Le valli, che, probabilmente, trovano origine proprio nelle popolazioni adriatiche lagunari di derivazione etrusco-greca (Spina) o paleoveneto-romane (Adria, Chioggia, Altino, Heraclia, Julia Concordia, ecc.), sono per lo più collocate nelle zone costiere afferenti al Golfo di Venezia.


La Laguna di Venezia
La Laguna in cui è stata fondata Venezia è tra le zone umide mediterranee quella, attualmente, più estesa e tuttora di maggior importanza storica e naturalistico-ambientale. Essa rappresenta il risultato o meglio il prodotto dell’interazione plurimillenaria tra le dinamiche evolutive della natura e l’uomo, sommate all’originario equilibrio creato, con il concorso delle correnti marine, tra l’apporto del materiale solido dei fiumi e l’azione di erosione e di deposito del mare. Il ruolo fondamentale della Repubblica Veneta e, soprattutto, i grandiosi interventi idraulici progettati dai Savi del Magistrato alle Acque ci hanno consegnato, alla fine del ’700, cioè alla caduta della Serenissima, una laguna in perfetta efficienza e in mirabile equilibrio di conservazione: proprio per questo Wolfgang Goethe la definì: “meravigliosa città insulare… repubblica di castori…”.
Nella sua origine è stato decisivo il ruolo delle maree (più ampio che nelle restanti coste mediterranee) e della corrente parallela alla costa con direzione da nord-est a sud-ovest. L’azione combinata di questi due fattori ha determinato la sedimentazione dei materiali solidi trasportati prevalentemente dai fiumi Tagliamento e Piave, mentre hanno avuto poco rilievo i fiumi situati a sud della laguna, cioè il Po e l’Adige; importantissime sono anche le variazioni del livello del mare negli ultimi 10.000 anni ed i fenomeni di bradisismo. Alla fine della glaciazione würmiana abbiamo l’innalzamento della temperatura terrestre ed una forte crescita dei livelli marini, causata dallo scioglimento di grande masse glaciali; tale processo raggiunge la sua punta massima circa 6000 anni fa, con il livello del mare di un metro superiore all’attuale e si consolida un cordone costiero situato qualche chilometro ad ovest dell’attuale e le pianure confinanti si trasformano in paludi boschive e zone acquitrinose. Alla fase di massima crescita del livello marino, segue un periodo di progressivo ritiro del mare: si forma, conseguentemente, un lungo cordone sabbioso costituito da dune, che funziona da diga rispetto ai fiumi che sfociano a mare. La vasta area paludosa così delimitata è la prima laguna, una laguna sostanzialmente di acqua dolce. La concorrenza di bradisismo e di apporto di materiali solidi sabbioso-limosi dei fiumi non impedisce l’ampliamento del bacino lagunare nella adiacente terraferma, per contro, la spinta del moto ondoso sfonda periodicamente il cordone litoraneo e l’acqua del mare penetra in laguna le cui acque sono, di volta in volta, dolci, salate e salmastre. Fino a circa 2500 anni fa, nel Periodo Sub-Atlantico, la laguna è una palude di acqua dolce e salmastra, con periodiche oscillazioni di salinità, e dalla morfologia variabile, a seconda del prevalere delle forze erosive marine o dell’apporto sabbioso-limoso dei fiumi. Verso l’anno 1000 d.C. l’area, oggi caratterizzata dalla Laguna di Venezia, risultò compresa tra l’Adige a sud ed il Piave a nord; al suo interno si immettevano i fiumi Bacchiglione, Brenta ed altri corsi di risorgiva tra i quali il Dese, il Sile ed il Bacchiglione. In tale epoca la laguna presentava almeno otto bocche a mare attraverso le quali avveniva il periodico ricambio di marea. All’inizio del 1300 i varchi a mare sono numerosi, almeno sei, e poco profondi. Il cordone litoraneo è piuttosto basso. Nella laguna, ancora soggetta al gioco spontaneo dei fattori naturali, l’invadenza e l’apporto solido di sedimenti 4 fluviali si faceva sempre più pericoloso per la città di Venezia, che vedeva in un prossimo futuro anche compromessa la sicurezza militare (l’acqua che la delimitava assolveva al ruolo di mura alla stregua di una città fortificata), la funzionalità dei canali, il regime idraulico del sistema, nonché le qualità igienico-sanitarie dell’ambiente (malaria). Si prospettò, quindi, la necessità di contenere l’azione dei fiumi che sfociavano alle spalle della città; questa esigenza si concretizzò con interventi tesi alla separazione delle acque dolci fluviali da quelle salse marine. Si delineò la possibilità di intervenire mediante la costruzione di argini alzati in senso ortogonale al corso dei fiumi, che sfociavano in laguna da Campalto a Lizzafusina, con l’intento di convogliare le loro acque ed i sedimenti in direzione del bacino della bocca di Malamocco, sino al sito detto San Marco in Bocca Lama. Questo intervento si concretizzò nel 1324, con la decisione di intercettare le acque del Brenta e del Muson, di scavare un canale artificiale – la Cava Nova – e di costruire un argine – detto “di San Marco”– che fu ripetutamente aperto e ripristinato in rapporto a successivi tentativi di migliorare l’officiosità della Bocca di Lido che presentava condizioni difficili. Per migliorare l’officiosità del Porto di San Nicolò, nel 1360 si restituisce, per un breve periodo di otto anni, la foce originaria del ramo principale del Brenta a Fusina. In assenza di benefici, nel 1368 la foce del Brenta è riportata a San Marco in Bocca Lama, in corrispondenza del canale che sbocca nel Porto di Malamocco (Fisolo-Melison). Tali interventi si protrassero per circa due secoli, con il successivo spostamento specie della bocca del Brenta verso sud sino al sito chiamato “Resta d’Aglio”. L’allineamento del complesso delle opere, tendenti a separare le acque salse da quelle dolci, si presentava simile all’attuale margine fronte laguna delle zone industriali di Porto Marghera e delle casse di colmata, ed è significativo ricordare che le opere di separazione furono alla fine ritenute più nocive che utili, tanto da essere abbandonate. I riflessi sui centri abitati furono più negativi (provocando sia esondazioni nelle zone retrostanti che fenomeni d’acqua alta, come si ricava dagli scritti di Cristoforo Sabbadino) che positivi, in favore delle opere di diversione a mare delle foci dei fiumi contermini alla laguna. Tale decisione fu dettata dalla volontà di riacquisire alla superficie della laguna le aree retrostanti le opere di separazione alla espansione della marea in rapporto al contenimento del livello delle acque alte ed alla necessità di mantenere efficiente la rete dei canali e la bocca di Lido che creava costanti preoccupazioni alla navigazione. Segue un periodo di contrasti e di guerre tra la Repubblica di Venezia e le Signorie della terraferma. Oggetto del contendere sono il controllo diretto dei corsi d’acqua sversanti in laguna, sempre più coinvolti dalle grandi opere di bonifica che scaricano in laguna grandi masse di materiali solidi e ne accentuano i processi di impaludamento e di interramento.
Al progressivo ampliamento dei domini della Serenissima nella Pianura Padana si accompagnano imponenti opere di “diversione” dei fiumi, a cominciare dal Brenta, con lo scavo nel 1457 dello “Sborador di Sambruson”, che è riconoscibile nell’attuale corso d’acqua denominato “Brenta Secca” e che sfoccia in laguna con il nome di Canaletta di Lugo.
L’opera di “diversione” a mare dei fiumi sfocianti in laguna, quindi, concepita dai Savi alle Acque (ed in particolare da Cristoforo Sabbadino ) nel 1500, si protrasse sino al XIX Secolo, trasformando radicalmente i bordi lagunari.
La successione di ambienti, determinata dalla variazione delle caratteristiche delle acque, fu nettamente scissa dai tagli rettilinei dei canali di deviazione verso Chioggia a sud e verso Jesolo a nord. I bordi lagunari verso la terraferma vennero assumendo sempre più caratteristiche geometriche determinate dalle canalizzazioni sulle quali venivano stabilite linee di “conterminazione” per definire amministrativamente i limiti lagunari sottoporti a particolari norme di polizia idraulica. Nel 1507 lo scavo del grande canale “Brenta Nova” sostituisce il vecchio “Sborador” e riporta la vecchia foce, ormai povera d’acqua, a Fusina. Qualche anno dopo, nel 1519, si deviano a nord-est in prossimità della foce del Dese le acque del Marzenego, utilizzando il nuovo canale Osellino. Malgrado le deviazioni, Brenta, Muson e Marzenego, allontanati dalla gronda che guarda Venezia, sfociano comunque in laguna. Nel 1534 è decretata l’esecuzione del canale Taglio del Re e, per facilitare lo scarico del Piave, la nuova Cava Zuccherina. Nel 1540 il Brenta viene condotto per un 5 nuovo alveo fino al Porto di Brondolo, che viene separato dalla laguna, a sud di Chioggia. I varchi a mare si riducono a cinque. Per accentuare il deflusso del Brenta e delle acque di bonifica fuori dalla laguna, nel 1610 viene terminato lo scavo del Taglio Novissimo (o Brenta Novissima). Nello stesso anno è avviata la “Conterminazione lagunare”. Il Taglio di Mirano (1613) convoglia le acque del Muson sul Taglio Novissimo. Il letto del fiume da Mirano alla laguna è interrato. Nel 1683 è la volta del Sile ad essere deviato dalla foce di Portegrandi al vecchio letto del Piave, detto Piave Vecchia, attraverso il nuovo canale denominato Taglio del Sile. I varchi a mare diventano progressivamente tre: gli attuali San Nicolò del Lido, Malamocco e Chioggia. Le opere di diversione dei fiumi non interessarono i soli corsi d’acqua sfocianti in laguna, ma si estesero sino al fiume Po da un lato ed al Livenza dall’altro. I principali interventi furono: la riunione in una unica foce a mare del Brenta e del Bacchiglione nel 1540, la realizzazione del Taglio di Re e di Cavazuccherina nel 1540, il Taglio di Porto Viro del 1601 (è l’intervento che ha dato origine all’attuale complesso deltizio, incidendo profondamente nell’evoluzione morfologica del tratto meridionale del “Dogado”), e la deviazione del Livenza nel 1654. Risolto il problema delle acque provenienti dalla Terraferma, dal 1700 in avanti viene affrontato il problema del mare, sempre più minacciante gli esili lidi, in alcuni tratti sempre più soggetti alla forza erosiva. Nel 1738 la Repubblica di Venezia rivolge i suoi grandiosi ed ultimi sforzi di gestione delle acque iniziando la costruzione delle poderose difese a mare, denominate “Murazzi”, lungo i litorali di Malamocco, Pellestrina e Sottomarina. Nel 1791, pochi anni prima della caduta della Serenissima (1797), l’opera di “Conterminazione” ha perimetrato l’intera laguna, segnandola sul terreno con 99 cippi disposti lungo un percorso di 157 chilometri, delimitando così il bacino lagunare necessario alla salvaguardia e difesa di Venezia (57.100 ha) e sottoponendolo a speciali e rigide norme di polizia idraulico-lagunare.

 

L’origine delle valli da pesca
L'utilizzo da parte dell'uomo delle zone umide presenti lungo la fascia costiera della penisola italiana è noto fin dall'antichità. Nell'ambito dell'Adriatico settentrionale, ciò si è particolarmente sviluppato e caratterizzato nella cosiddetta "vallicoltura", cioè una particolare forma di acquacoltura estensiva del tutto peculiare ed esclusiva delle "valli da pesca".
L’attività di vallicoltura, che forse sarebbe meglio chiamare “arte” dell’allevamento-pesca di queste particolari specie é praticata nell’alto Adriatico da tempo immemorabile, probabilmente fin dal periodo Paleoveneto ed Etrusco-Romano Secondo alcuni deriverebbe dalla peculiare e proficua evoluzione-trasformazione dei vivai di pesce romani; era, infatti, consuetudine per il patriziato romano realizzare, in prossimità delle grandi ville residenziali, vasche, vivai e murenari. Esempi molto esaustivi sono ancora oggi visibili nelle antiche residenze imperiali e marine romane appartenute a Nerone, Cesare, Cicerone, Lucio Domizio ed altri, e disseminate tra Baia, Gaeta, Torre Astura, Anzio, Palo Laziale, Marinella, Cosa e l’Argentario.
Di ciò ne sarebbero testimonianza anche le varie tracce di manufatti, utilizzati proprio per conservare vivo il pesce, rinvenuti in alcune zone archeologiche dell’alto Adriatico dove tale attività é tuttora una tra le componenti più importanti dell’economia ittica italiana.
Sotto la denominazione “valle” si celano, in pratica, ambienti naturali modificati dall’uomo nel tempo, e che, di fatto, fanno parte integrante del paesaggio naturale costiero; sono inquadrabili, infatti, a pieno titolo, nei concetti più ampi del paesaggio agrario italiano (quale “paesaggio costruito”) esposti dal SERENI (1987). Qui, la peculiare forma di pesca e la conseguente “vallicoltura” che ne deriva hanno assunto un ruolo positivo del tutto particolare, utilizzando ed adattando le caratteristiche fisico-morfologico-ambientali delle zone umide salmastre litoranee adriatiche, integrate con l’istinto migratorio di alcune particolari specie eurialine di pesci, concorrendo anche a salvare, conservare ed in parte modificare parte delle zone umide costiere, avviando nuove tecniche di gestione e garantendone la sopravvivenza per secoli. 6 Una tra le prime citazioni riguardanti le valli è quella di Cassiodoro, ministro di Teodorico, riportata nel XII Libro delle Varie, dove nel relazionare l’imperatore del suo sopralluogo alla terra dei Veneti, descrive le loro abitudini e ricorda l’incontro con varie “piscinae neptuniae”.
Alcune “Valles piscium” sarebbero state citate, già attorno al 1000, per le terre venete in documenti all’Archivio di Stato di Venezia: esse erano pertinenza dell’importante monastero di Sant’Ilario, sacello dei Dogi Giustiniano Partecipazio e Vitale Candiano, che aveva possedimenti vallivi nei margini della laguna; in altri documenti, nel 1098, il Doge Vitale I Michiel donava al monastero di San Benedetto del Po Vecchio una Piscaria Cornium che confinava con un'altra valle detta Maggiore e “…de nostro palatio…” (cioè di proprietà dogale, dove il Palazzo Ducale sta per la Signoria).
E’ pure dato per assodato che tra le isole di “Rivoalto” si pescasse e si cacciasse prima ancora che vi si creassero degli insediamenti umani stabili: il GALLICCIOLI (1795) nell’opera “Delle memorie venete antiche, profane ed ecclesiastiche” scrive “Fino dai tempi più remoti eranvi in questi estuari certi chiusi d’acqua destinati principalmente alla pesca e uccellagione; i vecchi le appellavano semplicemente acque, ma le più recenti età le dicono valli.
Dall’XI secolo in avanti le valli, in vari altri documenti, sempre veneziani, vengono denominate piscariae aquae, mentre il termine “valle” compare citato per la prima volta ufficialmente, con la dizione clausura valium, in un documento nel XV secolo, in Rogatis (Terminazione del Consilio dei Pregàdi”, che corrispondeva al Senato della Serenissima) del 6 luglio 1425.
L’origine della dizione vallium o valle è piuttosto controversa, ma i più sono propensi ad attribuirla ad una origine linguistica di derivazione longobarda o gallo-celtica. Il vocabolo individuava strutture e manufatti quali recinti, steccati, parapetti, ripari di pali e rami intrecciati, per certi versi assimilabili ai vecchi sistemi di chiusura delle valli, in auge ancora alla prima metà del XX secolo; con la denominazione “valle”, quindi, attualmente si individuano, quale derivazione dalla linguistica di influenza veneziana, porzioni di zone umide e/o lagune costiere utilizzate per l’allevamento ittico estensivo nell’Alto Adriatico. Lo stesso significato, e probabilmente la stessa origine linguistica, è ascrivibile al cosiddetto “Vallo di Adriano”, edificato sotto l’imperatore Adriano quale confine della regione romana denominata Britannia con la Scozia, e che in effetti era strutturato come una lunga e massiccia palizzata.
L’origine remota delle valli è testimoniata per il Golfo di Venezia anche al di fuori dei confini della Dominante: infatti, già alla fine del primo Millennio, la presenza di attività vallivo-peschereccia è riportata nelle Romagne, e precisamente nell’area dell’Esarcato Ravennate, dove è citata almeno dal 943 d.c. la prima “Schola Piscatorum”, che, successivamente, dal 1276 a tutt’oggi, sarà chiamata “Casa Matha”, dal nome che in latino veniva dato alle arelle ovvero stuoie di canna (nel latino classico e medioevale stuoia di canna = mattă, mattae).
Anche nella prosa antica ritroviamo cenni all’attività di valle: Torquato Tasso (1544-1595), che fu lungamente ospite a Ferrara della Corte degli Estensi, ebbe modo di conoscere l’attività di vallicoltura presente nelle zone umide adriatiche della Signoria di Ferrara. Infatti, nel suo settimo libro della "Gerusalemme Liberata", anche se non cita esplicitamente le valli, descrive alcuni peculiari aspetti gestionali quando recita: "…come il pesce colà dove impaluda i seni di Comacchio il nostro mare fugge dall'onda impetuosa e cruda, cercando in placid'acque ove ripare; ma avvien che da se stesso ei si racchiuda in palustre prigion [le chiusure delle valli], ne può tornare chè quel serraglio é con mirabil uso sempre all'entrare aperto, all'uscir chiuso [il "lavoriero"] …".
Forse la prima, ma comunque la più antica raffigurazione che per ora si conosce di una vera e propria valle, è quella lasciataci su tavola da Vettor Carpaccio, datata all'incirca al 1495 ed attualmente conservata al Paul Getty Museum di Malibù.

· La dettagliata tavola pittorica chiamata “Caccia in laguna” rappresenta una importantissima testimonianza dell’uso della laguna e delle valli nei secoli. 7 Le valli, che rappresentano tutt’ora una delle componenti basilari dell’economia ittica italiana, date le loro peculiarità storico-paesaggistico-ambientali, sono state oggetto di particolari norme d'uso e gestione nei vari periodi storici che si sono avvicendati:
· durante la Repubblica di Venezia erano considerate parte dei beni immobili che "… per la Serenissima è sufficiente che il privato non faccia un uso del bene suscettibile di recare un danno attuale o potenziale alla integrità fisica e funzionale della laguna …", cioè proprietà pubbliche o private sottoposte al superiore interesse della "Serenissima" per motivi eminentemente difensivi ed idraulici, soggetti, quindi, anche vendita e quindi trasmissibili in proprietà privata. Molte delle attuali valli da pesca sono pervenute ai giorni nostri, si può dire ininterrottamente, in proprietà privata, fin dal tardo medioevo e dal periodo rinascimentale (per eredità, acquisto, vendita all'incanto, permuta, indennizzo, ecc.);
· sotto l'Impero Austriaco le valli sono state sottoposte a particolari norme d'uso, per effetto dello specifico regolamento lagunare del 20.12.1841: a seguito di questo regolamento venne compilato a cura dell'Ing De Bernardi il primo elenco completo delle valli da pesca e delle relative situazioni di conduzione e proprietà;
· ai giorni nostri, la Regione del Veneto, attraverso il suo Piano Territoriale Regionale di Coordinamento (Provvedimenti del Consiglio Regionale Veneto del 13.12.1991, n. 250, e 28.05.1992, n. 382) ed in particolare con i piani "Piano di Area Laguna e Area Veneziana" e "Piano di Area del Delta del Po", hanno riconosciuto la peculiare importanza delle valli da pesca, considerandole ognuna quale unità paesaggistico-geografica a sé stante, e ne ha indirizzato la tutela e l'uso attraverso specifiche prescrizioni e norme di attuazione (REGIONE DEL VENETO, 1995a; id., 1995b; id., 1999).
Le valli, infatti, utilizzano le caratteristiche morfologiche naturali delle zone umide salmastre litoranee adriatiche e l’istinto migratorio di alcune particolari specie ittiche eurialine, ed in particolare, attualmente, la spigola o "branzìn" - "baìcòlo" da avanotto - (Dicenthrarcus labrax), l’orata o "oràda" (Sparus auratus), il cefalo o “volpina” (Mugil cephalus), il muggine calamita o “caustèo” (Liza ramada o Mugil capito), il muggine dorato o “lotregàn” - "mecìàtto" da avanotto - (Liza aurata), il muggine musino o “verzelàta” (Liza saliens), il muggine labbrone o “bosega” (Chelon labbrosus) e l’anguilla o "bisàtto" (Anguilla anguilla).


Le valli da pesca oggi
Le valli da pesca sono presenti, in Italia, soprattutto nelle regioni Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna e, seppur in modo particolare e ridotto, in Sardegna e Puglia. In quest’ultima regione, in particolare, abbiamo i Laghi Alimini, condotti secondo i classici principi della “vallicoltura”, e l’attuale Lago o Laguna di Lesina; che può essere considerato alla stregua di una grande valle da pesca, dal momento che fu in buona parte trasformato ed utilizzato nei secoli per questo uso proprio sul modello delle valli venete. Qui, tra le altre, il particolare idioma dei pescatori di Lesina conserva ancora, nell’uso peschereccio, molti vocaboli di derivazione veneta. Attualmente, tuttavia, il lago, a causa del diverso indirizzo gestionale assunto in questi ultimi decenni, sembra tendere più verso una evoluzione-conduzione ascrivibile più ad una piccola laguna costiera.
Le valli, elemento base per la vallicoltura, sono costituite, normalmente, da porzioni peri-lagunari comprendenti specchi acquei, zone di barena, canneti, canali, ghebi e peschiere delimitati da argini e comunicanti con la restante laguna (e col mare) attraverso apposite aperture con paratie denominate chiaviche. Un tempo, al posto degli argini, c’erano recinzioni di arelle (incannucciati di cannuccia palustre), pali e reti.
Il sistema peschereccio che gravita sulla vallicoltura è, notoriamente, caratterizzato da due momenti fondamentali: la cosiddetta "montàda" o montata del novellame (avanotti) e la "fraìma", cioè migrazione del pesce adulto verso il mare. 8 In tutte le lagune costiere adriatiche, e nelle valli da pesca, infatti, la migrazione del pesce adulto verso il mare avviene soprattutto nel tardo autunno, cioè nel periodo di “fraìma”, termine vernacolo molto antico derivante del latino “infra hieme” (=sotto l’inverno). E’ proprio su questo evento che poggia tutto il sistema tradizionale di gestione delle valli da pesca, in cui spicca il fondamentale ruolo del “capovalle”, figura esemplare per tradizione, esperienza e conoscenza uniche che riesce, gestendo e manovrando sapientemente le acque di valle, a far montare le varie specie ittiche verso i “lavorieri” ed i “colauri”.
La montata del novellame, invece, avviene di norma a cavallo tra l’inverno e la primavera, cioè quando il pesce ancora allo stadio di novellame si porta dal mare verso le acque interne poco profonde: Tale fenomeno è noto da tempi remoti ai pescatori vagantivi ed utilizzato da quelli che, per la particolare qualità di pesca, sono distinti come “pèsenovellànti”, localizzati soprattutto a Burano, Caorle, Chioggia e Goro, e che si attivano proprio in questo periodo per integrare la montata naturale nelle valli vendendovi il loro pescato.
Il tratto litoraneo dell’Adriatico nord-occidentale, infatti, ha visto svilupparsi, nel corso dei secoli, una notevole attività di pesca, condotta da varie categorie di pescatori (soprattutto di Grado, Marano, Caorle, Burano, Venezia, Pellestrina, Chioggia e Ravenna) che si organizzarono, volendo usare un termine d'uso attuale, in vere e proprie "associazioni di categoria". Queste, fin dal Medio Evo, nel territorio della Repubblica di Venezia si denominavano “fraglie” o confraternite di pesca. Ben più antica come documentazione sembra essere la Schola Piscatorum di Ravenna, fiorente già al tempo di Giustiniano II, vale a dire del VII Secolo d.C.. A Burano l’attività di pesca del pesce novello è certificata da secoli, riunendo nel periodo della Repubblica di Venezia i pescatori medesimi in apposite “fraglie” o confraternite; questi utilizzavano i lati del canale di S. Antonio per lo stazionamento temporaneo degli avanotti in apposite “bùse” tutt’ora esistenti. E’ almeno dal XIII Secolo che l’attività di pesca del novellame è sottoposta nella Laguna di Venezia a leggi e decreti di regolamentazione. Ogni valle è organizzata al suo interno con diverse e peculiari strutture e tipologie morfologiche, ed in particolare:

·
Il casone di caccia: sede temporanea del proprietario e dei suoi “invitati”, soprattutto durante la stagione venatoria. Solitamente, il “cason di caccia” rappresentava e rappresenta la dimora vallivo-lagunare del proprietario, originariamente e fino alla prima metà del XIX Secolo un Patrizio Veneto, e, successivamente, proveniente dalla nuova borghesia. La maggior parte dei casoni di caccia, quindi, si presenta molto appariscente, quasi da voler imitare le loro ben più grandi dimore cittadine.
· Il casone di pesca: sede del personale operante in valle, che spesso funge anche da deposito per i materiali e le attrezzature necessarie per la pesca di valle. Ben più modesto di quello adibito per la caccia, il “cason di pesca” risulta, normalmente, edificato nella più classica tipologia lagunare veneziana, quasi sempre con l’aggiunta del caratteristico “foghèr alla vàlesàna”.
· Le peschiere ed i gorghi di sverno: si tratta di fosse e canali profondi interni che assolvono al ruolo di vivai del pesce di valle, soprattutto branzini ed orate, durante i rigori invernali. Si presentano, di norma, con forme caratteristiche, come a gorgo, a pettine, e con le caratteristiche tecniche gestionali denominate “a mazzuolo”, che alterna fosse profonde a piccoli arginelli, ricoperti di Tamerici o di altra vegetazione salmastra o da arelle frangivento e rivolti sempre contro i venti dominanti del quadrante N-E.
· Il canale circondariale: è il profondo canale che alimenta rapidamente tutto il perimetro della valle e che è indispensabile per la gestione ittica delle specie eurialine;
· Il canale "sbregavàlle": di norma molto profondo, e collegato ai punti di cattura finali del pesce, cioè il colaùro ed i lavorièri;
· Le chiaviche maestre: rappresentano il punto di prelievo principale delle acque salmastre lagunari, collegate con il canale circondariale, con il canale “sbregavalle”; 9 · Le paratie o chiaviche interne di gestione idraulica, manufatti fondamentali per regolare i flussi, la salinità ed i livelli delle acque un po’ in tutti i vari comparti della valle;
· I "traghèti", cioè punti di passaggio forzato delle acque in cui si effettua la gestione idraulica e la eventuale cattura e selezione del pesce;
· I "bùsani", cioè le prese d'acqua dolce: si tratta di aperture realizzare tra l’argini della valle e quello della Brenta Novissima ( o di altro corso d’acqua dolce), regolate da specifici “chiusini” di derivazione, che fungono da presa per le acque dolci da mescolare a quelle salmastre della valle o da utilizzare nelle peschiere;
· I "lavorièri", con i "colaùri", cioè la parte finale del canale sbregavàlle che, di norma, raccoglie e seleziona le specie ittiche migratorie durante il periodo della fraìma.
Le attuali valli da pesca adriatiche hanno una produttività media di pesce pregiato (Anguilla, Spigola, Orata e cefali) che si aggira attualmente intorno ai 70-150 kg per ettaro, anche se per il secolo scorso venivano riconosciuti valori anche più elevati, attestati intorno alla media di 120 kg ettaro/acqua. Attualmente la vallicoltura italiana (compresa la cosiddetta acquacoltura estensiva/integrata) può considerarsi all'avanguardia nell'intero bacino del Mediterraneo. Le produzioni provenienti dalla filiera ittica dell'allevamento estensivo si sono attestate nel 1999, in base ai dati rilevati dall'Associazione Piscicoltori Italiani, ai seguenti valori nazionali complessivi: Spigola 600 t; Orata 900 t; Anguilla 100 t; Cefali 3.000 t.


L’etnografia e la cultura delle valli lagunari
Se Venezia è stata il fulcro dell’irradiamento in tutto l’Adriatico orientale e fin oltre lo stretto d’Otranto della cultura e dell’architettura veneziana, e ne sono testimonianza un po’ tutte le città costiere un tempo appartenenti allo “Stato da mar”, così la laguna è probabilmente il centro d’irradiamento dell’etnografia e della sua cultura materiale rivolta alla nautica, pesca, alla vallicoltura ed alla voga.
È qui infatti che si sono sviluppati nel corso dei secoli, sin dai primi insediamenti delle popolazioni venetiche o paleovenete, manufatti, mezzi e metodi del tutto caratteristici e peculiari rivolti all’utilizzo della Laguna quale risorsa primaria di vita, sia sotto l’aspetto della percorribilità acquea, che per quello legato alla pesca e alla conformazione del terreno basso e paludoso.
Il fondo obbligatoriamente piatto, fondamentale per poter navigare su acque basse e non sempre con fondale costante; il conducente che voga al bisogno anche con un solo remo, in avanti, in piedi sulla poppa, addirittura senza il bisogno del timone; lo svilupparsi di una apposita asimmmetria costruttiva (è il caso della gondola) che sfrutta così sempre più la propulsione data dall’idrodinamica dell’imbarcazione; le diverse forme di “forcola”, aperte, che non fissano il remo, sono tutti elementi che caratterizzano in modo del tutto particolare e peculiare ciò che nel corso dei secoli si è sempre più affinato per un adattamento sempre più spinto e profondo alla laguna.
La scoperta nelle zone perilagunari circostanti Lova di Campagnalupia, presso un insediamento paleoveneto, di una imbarcazione monoxile (attribuibile ad oltre un migliaio di anni fa’ e, attualmente, conservata a Venezia), che con la sua particolare forma è particolarmente affine alle attuali barche note col nome di “pupparìni” e “batèle”, evidenzia come, già in epoche molto antiche, la forma delle imbarcazioni lagunari denotasse una caratteristica convergenza evolutiva, dovuta al naturale adattamento all’ambiente lagunare.
Se nei primi secoli di vita in laguna navigare nell’intrico di canali, canneti, boschi alluvionali e fuggevoli barene poteva essere solo occasionale o rappresentare uno dei vari modi di vita litoranea, da un certo momento in poi per i popoli perilagunari veneziani diventò uno scopo primario. L’invasione longobarda, consolidandosi come presenza stabile e occupando anche la pianura padano-veneta, aveva via via isolato le lagune venetiche dalla precedente continuità territoriale dei possedimenti di Bisanzio, ormai ridotti, oltre che alla laguna veneziana, alla sola Istria e Dalmazia e al Ravennate. È probabilmente da questo periodo che in laguna si è sviluppato con sempre maggiore perfezione l’uso delle più svariate imbarcazioni, adattatandole alle più diverse caratteristiche fisico10 morfologiche lagunari, obbligando nel contempo le popolazioni “d’acqua” a sviluppare quell’uso del mare che farà della futura Venezia la capitale della più importante “nazione d’acqua” del mondo.
La sempre più spinta dimestichezza con l’ambiente acqueo si espresse quindi in laguna proprio attraverso i diversi caratteri tipologici delle imbarcazioni, con le particolari velature “al terzo” e con la caratteristica voga sviluppata prima col sistema detto alla “vallesana” e, successivamente, con quello ben più noto detto alla “veneta”.
Parallelamente alle barche e ai sistemi di voga si sono via via differenziati e adattati i sistemi, i mezzi e le tipologie adibiti alla pesca, generando un insieme geograficamente ben delimitato e compreso non solo all’interno della Laguna di Venezia, ma che si estende dalle Lagune di Marano- Grado al Delta del Po.
Si riconosce infatti una notevole varietà e tipologia di reti quali seràge o seràje; spiròni; tratùri, usati per la cattura di cefali, passere e anguille; trèsse usate per lo più per gobidi, seppie, anguille e granchi (masenete, spiantani e moleche); saltarelli per la cattura di cefali, cogòli, fureghìn, saccolèva ecc. A ciò si affianca una moltitudine di attrezzi altrettanto particolari dati da: fiocine o fòssine (da anguille di tipo veneziano o di tipo chioggiotto, spèi da passarìni o da gò ecc.); chèbe da gò, sorta di nasse usate esclusivamente per la cattura dei gobidi; vòleghe di vario tipo, cioè sorta di grosso retino con manico a taglia e foggia differente a seconda del tipo di pesca (paravànti per gamberi, vòlega e volegòn da lavoriero, da otèla o da bordo ecc.); burcèe e maròtte, sorta di contenitori a foggia di barca, completamente bucati nel fondo e sui lati, adibiti al trasporto e stoccaggio di pesce vivo; vieri, derivanti dal latino “vivarium”, costruiti in vimini o legno e utilizzati per il temporaneo stazionamento del pescato (anguille, gamberetti e granchi) o per favorire la muta dei granchi in molèche (stadio del granchio che diventa, da fritto, un prelibato e ricercato piatto veneziano).


Osservazioni e conclusioni
Le valli da pesca evidenziano, in conclusione, varie considerazioni di ordine conservazionistico, paesaggistico e faunistico-gestionale.
All’interno di queste aree vengono compresi un altissimo numero di “sub-ambienti” che vengono a crearsi sia per le variazioni di salinità che per le differenze di profondità dell’acqua. Questo genera un alto grado di diversità biologica che si estende per una superficie di circa 150.000 ettari: in queste aree, tra il Veneto e l’Emilia Romagna, viene praticata una fiorente attività economica nota come vallicoltura (allevamento di specie ittiche a carattere estensivo) che ha profonde radici storiche e culturali e che ha condizionato positivamente anche il mantenimento dell’assetto idraulico attuale (RALLO, 2000).
Anche l’attività venatoria è interfacciata in maniera sostenibile attraverso tre punti cardine che sono riassumibili in:
· gestione e mantenimento delle valli per l’itticoltura estensiva
· basso livello di disturbo antropico
· densità venatoria e numero di giornate di caccia inferiori rispetto alle aree esterne non interessate dalle AFV vallive.
Livello e qualità delle acque, non sempre riscontrabili all’esterno, sono una condizione indispensabile per l’attività produttiva in valle, anche per l’effetto del continuo monitoraggio applicato. Gli accessi alle valli vengono impediti sia per l’attività di pesca professionale che sportiva come pure le attività diportistiche frequenti nel periodo primaverile estivo. Riguardo al disturbo venatorio, un recente studio ha dimostrato che questo, all’interno delle AFV vallive, è circa dieci volte inferiore rispetto a quello riscontrabile nelle fasce esterne (BENÀ & RALLO, 2004); il numero di giornate di caccia è inferiore (uno a settimana ma anche meno), il numero di cacciatori per unità di superficie è inferiore; gli animali vengono spesso foraggiati anche per evitare un 11 eccessivo sfruttamento delle risorse a svantaggio dei popolamenti ittici. Quindi in realtà si tende ad ottenere un bilanciamento oggettivo tra prelievo, produttività e mantenimento dell’habitat, difficilmente riscontrabile altrove.
Esaminando al dettaglio la situazione faunistico-ambientale della totalità delle zone umide litoranee, alla luce di quanto emerso dal presente studio, per le valli si possono fare le seguenti osservazioni e riflessioni:
1. l'avifauna acquatica di interesse cinegetico sceglie quale ambiente preferenziale di sosta ed alimentazione le valli da pesca. Il fenomeno, accentuato soprattutto nelle valli della provincia di Venezia, è spiegabile per le seguenti motivazioni:
  a. - l'ambiente nel suo complesso qui è relativamente integro, e poco od affatto interessato dai fenomeni di inquinamento delle acque, grazie al continuo monitoraggio della qualità e della distribuzione delle acque di entrata. Al contrario, nelle circostanti lagune e zone umide salmastre le acque sono interessate dagli apporti inquinanti agricoli ed urbani del bacino scolante e dal movimento di marea di sizigia, più accentuato durante il periodo autunnoinvernale.
  b. - la presenza antropica è estremamente limitata, essendo consentito il solo accesso agli addetti alle varie attività di vallicoltura, peraltro normalmente localizzate nei pressi del Cason di Valle, del lavoriero e delle peschiere. Nella laguna circostante alle valli la presenza antropica, invece, è quasi costante, sia mancando norme specifiche d'accesso ed uso, nonchè per la presenza di vari canali navigabili, di pescatori (sia professionali che sportivi) e, durante i weekend (sabato e domenica) o nei periodi meno freddi, di diportisti.
  c. - la presenza venatoria è limitata ad un solo giorno alla settimana, (normalmente il sabato nelle valli a nord e la domenica in quelle a sud) ed alle prime ore del mattino, con una densità media di caccia pari a circa un cacciatore ogni 50-80 ettari di superficie valliva. Per contro, nel territori lagunari circostanti, in cui si pratica la cosiddetta "caccia libera", la presenza è consentita tutta la settimana (con esclusione dei soli giorni di silenzio venatorio), praticamente dall'alba al tramonto, con una densità media di popolazione venatoria che oscilla tra i sette ed i dieci ettari nelle zone aperte di velma e barena. In un anno venatorio, nelle valli, le giornate di caccia non sono sempre a cadenza settimanale, in quanto intervengono alcune variabili rappresentate dalla nebbia, dal ghiaccio (le valli da pesca sono soggette a rapida e pressoché annuale glaciazione dei propri specchi acquei, essendo poco profonde e quindi facilmente raffreddabili dalle basse temperature notturne e dai venti dei quadranti N e N/E, e con acque a salinità notevolmente inferiore rispetto alle acque esterne lagunari), facendo si che si riduca ancor di più la presenza venatoria. Alcuni anseriformi risentono notevolmente anche del minimo disturbo, in quanto abbisognano di un lungo periodo di tempo d’alimentazione per poter frequentare una data zona umida. Specie tipicamente "erbivore", come ad esempio il Fischione (Anas penelope) e la Canapiglia (Anas strepera), necessitano di un numero d’ore (da cinque a sette) da dedicare alla ricerca del cibo nettamente superiore a quello di altre specie "granivore"; ne consegue che solo gli ambienti vallivi possono offrire e consentire, grazie alla particolare gestione, lo stazionamento delle suddette specie.
  d. - le superfici vallive non sono soggette a prosciugarsi durante le fasi di bassa marea sizigiale, consentendo a molti anseriformi ed alla folaga di rimanervi in sosta diurna. Nelle circostanti zone lagunari, invece, la bassa marea lascia allo scoperto la maggior parte degli specchi acquei, favorendo l'allontanamento degli stessi.
  e. - durante la maggior parte dell'anno (ma con più accentuazione, ovviamente, in autunnoinverno), le valli, soprattutto quelle adibite anche ad azienda faunistico venatoria, contribuiscono all'alimentazione degli uccelli acquatici integrandola con quella artificiale. Tale pratica viene effettuata soprattutto per motivi eminentemente venatori, ma concorre indirettamente, però (a parere dello scrivente), a ridurre le conseguenze del notevole carico 12 trofico sulla flora acquatica sommersa, flora che è fondamentale non solo per l'avifauna ma anche per la componente ittica che dovrebbe essere la risorsa primaria della valle. Nelle circostanti zone lagunari non solo l'alimentazione è per forza di cose solamente naturale, ma viene anche notevolmente compromessa dall'eccessivo disturbo.
2. le valli da pesca sono gli unici ambienti a relativa tranquillità in cui possono trovare sosta indisturbata grossi uccelli migratori quali il Falco pescatore (Pandion heliaetus), le aquile (Aquila clanga e Heliaetus albicilla), ed altri.
3. le uniche colonie di aironi nidificanti, meglio note come garzaie, sono collocate esclusivamente nelle valli da pesca, nonostante la presenza di ambienti simili, e per certi versi più adatti, anche in zone esterne gestite tradizionalmente a caccia libera. Le valli, in questo caso, si accollano un non indifferente onere derivato dal prelievo ittico che la nutrita popolazione di ardeidi attua nelle valli circostanti la garzaia.
4. durante il periodo autunnale-invernale, le zone vallive adibite ad azienda faunistico-venatoria ospitano una cospicua popolazione di aironi svernanti, assolvendo anche in questo caso ad una importante funzione naturalistica. Specie come l'Airone bianco maggiore (Egretta alba) trovano, fin dal secolo scorso, proprio solo nelle valli da pesca l'ambiente elettivo di svernamento nell'Alto Adriatico.
Il raffronto, quindi, con le restanti realtà lagunari circostanti alle valli, ben più scarse per presenza di uccelli acquatici, evidenzia proprio nelle valli gli ambiti più importanti per presenze faunistiche non solo sotto l'aspetto quantitativo ma anche qualitativo.
La plurisecolare gestione sottoforma di valle da pesca e l'attuale utilizzo ad Azienda faunisticovenatoria (già Riserva di caccia) evidenzia come le zone umide salmastre litoranee, per conservare i loro aspetti dinamici, biologici e naturalistici, debbano essere gestite continuamente dall'uomo. Se le restanti zone umide salmastre, circostanti alle valli da pesca, fossero gestite con i medesimi criteri qui attuati, sicuramente anche le aree esterne alle valli assumerebbero quell'importanza faunistica che avevano ancora nella prima metà di questo secolo.
In particolare, emerge chiaramente che l'ambiente di "valle" è sede elettiva di nidificazione, sosta, alimentazione e svernamento per una cospicua quantità di specie di uccelli acquatici.
Gli specifici indirizzi gestionali della classica vallicoltura estensiva contribuiscono alla conservazione ed al ripristino delle biocenosi e delle nicchie ecologiche caratteristiche degli ambienti litoranei salmastri, diversificando gli ambienti di valle dalle circostanti realtà omogenee delle barene, delle velme, della laguna "viva" e della circostante gronda lagunare (ora bonificata e per lo più coltivata a monocoltura).
Infatti, si evidenzia nelle valli la presenza di:
-aree arginali, dossi interni e "mazzuoli" ricoperti da vegetazione arboreo-arbustiva o da zone inerbate oppure completamente nudi (valli Grassabò, Dragojesolo, Serraglia, Figheri, Pierimpiè, Ghebbo Storto e Morosina);
-piccole aree boschive igrofile (valli Dogà. Dragojesolo, Perini, Averto, Figheri, Pierimpiè, Ghebo Storto e Morosina), mesofile (valli Dogà, Grassabò, Averto e Morosina) o termofile (Valli di Bibione e del delta); -zone a canneto relativamente vaste e tranquille;
-corsi d'acqua e chiari d'acqua dolce, in taluni casi anche molto estesi, e con un buon popolamento ad idrofite (Lemna sp.pl., Nymphaea alba, Nuphar luteum, Hydrocharis morsus-ranae, ecc.);
-estensioni d'acqua salmastra ricoperte da vaste zone con caratteristiche di "barena";
-specchi d'acqua salmastra con una ricca componente di idrofite alofile come la Ruppia e la Zostera (note nelle valli con il nome di "erba da ciòssi);
-livelli acquei differenziati a seconda delle esigenze ambientali;
che contribuiscono a fare dell'ambiente della valle da pesca un unicum di particolare valore non solo paesaggistico ma soprattutto naturalistico-ambientale. La particolare gestione sotto forma di Azienda faunistico-venatoria (quindi non solo finalizzata alle attività classiche di vallicoltura) 13 permette in parallelo di far contemperare indirizzi gestionali distinti (quello avifaunistico e quello ittiocolturale), risulta di diretto beneficio non solo all'avifauna di interesse cinegetico, ma all'intera componente ambientale.
Le valli da pesca attuali, per la particolare conformazione e localizzazione, determinano la presenza di una peculiare e ben differenziata componente floristico vegetazionale.
Le zone influenzate dall'acqua dolce sono caratterizzate in modo particolare dalla Cannuccia palustre (Phragmites australis), che evidenzia l'elemento più appariscente di vegetazione igrofila o comunque legata all'acqua dolce e denominata Phragmitetum, e che comunque riesce a sopportare anche deboli concentrazioni saline. Le zone più aperte, soggette al ricambio dato dalle varie chiaviche verso laguna, sono popolate da vegetazione fanerogamica con praterie sommerse di Zostera (Zostera noltii) e di Ruppia (Ruppia maritima/spiralis), meglio note in vernacolo col termine di "erba da ciòssi", e che tendono anche a formare in molte valli popolamenti particolari sottoforma di associazioni vegetazionali ascrivibili a Ruppietum e Zosteretum (noltii e marinae).
Le zone di "velma", cioè quelle superfici che rimangono regolarmente emerse solo durante i periodi di “asciutta”, ospitano una vistosa vegetazione algale ad Ulva ed Enteromorpha.
E', tuttavia, nelle cosiddette barene interne alle valli che che rinveniamo gli elementi più caratteristici e peculiari dell’ambiente vallivo-lagunare, strettamente correlati all'ambiente tidale circostante e, quindi, dichiaratamente alofili. Nelle zone più basse possiamo trovare particolari popolamenti, per lo più puri, di Spartina stricta, tipica graminacea atlantica che qui possiede l'unica enclave mediterranea, e costituente il caratteristico Spartinetum.
Nelle restanti zone di barena valliva la vegetazione dominante è invece rappresentata dal Limonietum e dal Salicornietum, caratterizzati da Limonium venetum/vulgare, Salicornia sp.pl. (tra cui l'endemica Salicornia veneta) Arthrocnemum fruticosum, Halimione portulacoides, le Salsole (Salsola soda e S. kali), l'Astro delle paludi (Aster tripolium), ecc., specie quasi tutte a fioritura tardo estiva-autunnale, con l'aggiunta della Puccinellia palustris, graminacea un tempo utilizzata come foraggio o per pascolo (e nota in vernacolo come "gròlo"), a fioritura primaverile. A queste si accompagnano, a seconda dell'altezza del terreno e della collocazione in zone marginali o centrali alla barena, i giunchi (Juncus maritimus e gerardi), raggruppabili nella fitocenosi denominata Juncetalia maritimi, l'Artemisia (Artemisia coerulescens), l'Enula (Inula chrithmoides), ecc..
La cosiddetta "fauna inferiore", composta dagli Invertebrati, caratterizza particolari zoocenosi, soprattutto nella fauna bentonica (o di fondo) e comprende sia i consumatori primari erbivori che i carnivori e gli onnivori (i molti filtratori che si nutrono di fito e zooplancton).
I fondali, con qualche zona di sacche che posso presentare periodiche situazioni anche asfittiche, sono popolati da numerose entità (tra le quali alcune prevalentemente endemiche), adattate geneticamente alle difficoltà dell'ambiente. E' il caso della vongola Venerupis aurea (meglio nota come "pisòta") e del Cerastoderma edule glaucum (nota come "càpa tònda" o "màrgarota"), dei Gasteropodi Cyclope neritea e Hinia reticulata mammillata, dell'Opistobranchio Haminea navicula e di vari Anellidi Policheti e Nereidi. Ultimamente si riscontra anche la presenza di Tapes philippinarum, meglio nota come Vongola verace filippina, introdotta di recente nella laguna esterna ed in via di rapida acclimatazione con notevoli ripercussioni sulle originarie zoocenosi. Tra i crostacei si segnala la presenza, in alcuni comparti di valle, anche di Upogebia litoralis, meglio nota con nome vernacolo di "Còrbola" e predatrice caratteristica per le particolari tane scavate nel fango, alcuni piccoli Anfipodi (Gammarus) ed Isopodi (Idotea e Sphaeroma), la "Schia" (Crangon crangon) ed il Gamberetto (Leander serratus), ed il comune Granchio (Carcinus mediterraneus), conosciuto sotto vari nomi dialettali a seconda dell'utilizzo economico-alimentare: "moèca" (quando l'adulto è molliccio ed in muta), "màsanèta" (la femmina ovigera) e "spiàntano" (l'esemplare in muta usato per esca).
Anche le barene ed i canneti interni ospitano un'interessante componente di invertebrati, caratterizzata soprattutto da insetti, con parecchie specie del tutto peculiari od endemiche.

Il popolamento ittico riscontrabile è dato soprattutto dalle caratteristiche specie eurialine quali i Mugilidi: Muggine cefalo (Mugil cephalus) o "Volpìna", Muggine chelone (Chelon labrosus) o "Bòsega", Muggine dorato (Liza aurata) o "Lotregàn", Muggine calamita (Liza ramada) o "Caustèo" e Muggine musino (Liza saliens) o "Verzelàta"; il Branzino o Spigola (Dicentrarchus labrax), l'Orata (Sparus auratus) e l'Anguilla (Anguilla anguilla). Regolare, nelle valli con forte ricambio d’acqua con la laguna, si riscontra anche la presenza di Latterino (Atherina boyeri) o "Anguèa" e Gò (Zosterisessor ophiocephalus e Gobius niger).
Gli anfibi sono presenti nelle valli venete esclusivamente con gli Anuri, ed in particolare con la Raganella (Hyla intermedia), soprattutto nelle aree alimentate ad acqua dolce, mentre la Rana verde di Lessona (Rana lessonae), il Rospo smeraldino (Bufo viridis) e l’ormai raro il Rospo comune (Bufo viridis) si possono riscontrare per lo più in aree ad acqua dolce ma con ampie zone verso terraferma.
La presenza di un discreto habitat di acqua dolce accresce in molte valli arginate la componente erpetofaunistica con entità solitamente non riscontrabili nelle circostanti zone di barena e lagunari. E’ ben nota, infatti, la presenza tra i Rettili, della Testuggine palustre (Emys orbicularis), meglio nota in zona col nome di "gaiàndra" e “bìssa squèa”, delle biscie d'acqua (Natrix natrix e N. tessellata), localmente denominate come "bìsse ranère", e, soprattutto nelle zone di argine ricoperte da fitta vegetazione arboreo-arbustiva, del Biacco (Hierophis viridiflavus carbonarius), meglio noto come "ànda" e "càrbonàsso".
La componente ornitica è quella che, come per la maggior parte delle zone umide salmastre costiere mediterranee, più caratterizza i biotopi vallivi, sia tra le specie nidificanti che, soprattutto, tra quelle svernanti. Infatti, le valli da pesca evidenziano le notevoli potenzialità avifaunistiche, arrivando ad ospitare come svernanti, decine di alcune migliaia di uccelli acquatici.. Durante il periodo riproduttivo varie aree vallive sono prescelte da una notevole componente avufaunistica per nidificare in colonia: si tratta di Lariformi: ed in particolare della Sterna o Rondine di mare (Sterna hirundo

 


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